Rockerilla n. 223 - marzo 1999
DISCO DEL MESE ITALIANO
VIRGINIANA MILLER "Italiamobile"

"Italiamobile" è il brano che apre il nuovo disco dei Virginiana Miller, e lo fa con un paio di versi che immediatamente ci riportano alla mente uno di valori più grandi dell’esordio della band, il potere della parola, del verso che in due righe stigmatizza, stilizza, incide uno stato d’animo, un’attitudine, un quadro dalle tinte più che fotografiche: "ecco la pattuglia nello spiazzo l’appuntato al sole non si muove gli operai fosforescenti lungo il bordo della strada sono stanchi". Il viaggio di Italiamobile è il viaggio-labirinto di un finto ragionevole (Simone Lenzi) tra luoghi, nevrosi, relazioni stanche, paranoie, simboli contemporanei e regressioni prenatali, accompagnato dal massimalismo strumentale dei Virginiana in quanto a colori, arrangiamenti eclettici, esplosioni che non risparmiano energie e grandeur di tastiere e chitarre.
I brani, come al solito, si allargano senza fretta (4 minuti la media di ogni brano) tra alterazioni dinamiche frequenti, stratificazioni strumentali, giochi chiaroscurali di pieno e vuoto, atmosfere liquide e rapide improvvise, declamanti assurdità cantilenanti interrotte da dense scariche di rabbia ("La ditta"), memorie "molto marine", livornesi ricordi, migliaia di parole, elementi, immagini, sensazioni che i Virginiana buttano dentro ad ogni brano, rischiando generosamente di confonderne, intorbidarne, iperstimolarne la funzione semantica.
"Italiamobile" è la conferma di una grande originalità espressiva, di una strada personale, forse non immediata, ma senza dubbio ricca di articolate elasticità compositive, ed i Virginiana Miller una delle band più originali degli ultimi anni.
Come "Gelaterie Sconsacrate" richiedeva almeno un paio di ascolti prima di insediarsi tenacemente dentro il cervello, così anche "Italiamobile" chiede una cosa all’ascoltatore, una cosa che ai più sembra oggi improponibile: un pizzico di impegno nell’ascolto…
Andrea Dani

 

 

[Rockerilla n. 224 aprile 1999] - intervista
Speranze e parole d'Italiamobile

Uno dei dischi più determinati e interessanti di questo primo trimestre del 1999, un'ottima riconferma del folgorante esordio "Gelaterie Sconsacrate", il segno di un percorso appena iniziato che promette di essere, se la continuità produttiva ed artistica resterà dalla loro, un capitolo più che significativo per la storia del mobile panorama italiano.
Poche parole per introdurvi alle espressioni dirette di Simone Lenzi, voce e autore dei testi dei Virginiana Miller ed un ottimo consiglio: "Italiamobile".

Complessità, stratificazione, articolazione ed organizzazione del materiale senza paura di risultare non immediati, lontani dalla necessità incalzante e sempre più divorante di essere concisi, sintetici sino all'idiozia, 'godibili senza sforzo' come forma unica per essere comprensibili e 'usufruibili'.
Credo non si debba mai seguire alcuna strada tracciata da logiche esterne a quello che si fa. Noi continuiamo ad avere il privilegio della libertà, in un mondo dove la gente deve dire quello che ha da dire in pochi secondi. Sai, come quando alla televisione intervistano i cosiddetti esperti e chedono: "allora professore ci dica in una battuta: qual è il futuro dell'uomo?". Noi non ci poniamo domande così cretine e continuiamo a fornire descrizioni di piccole porzioni della realtà prendendoci il tempo che ci pare. Se poi il ritornello non arriva sempre dopo i primi quarantacinque secondi, questo è un problema dei cronometristi, non nostro. Per quanto ci riguarda pensiamo che "Italiamobile" abbia un suo tempo interiore molto serrato, anche nelle canzoni più acustiche.
Gli arrangiamenti si affastellano tra chitarre e tastiere, la voce racconta senza fretta, i brani distendono con una durata elevata e non pare che abbiate alcuna 'fretta' melodica…
Appunto. Se ci pensi questo ha anche un valore politico. Noi notoriamente non abbiamo mai scritto una sola canzone 'impegnata', questa bega di insegnare come si dovrebbe vivere la lasciamo volentieri ad altri. Però scriviamo canzoni in modo più libero dalla logica del pensiero dominante di coloro che, con finte e patetiche ribellioni, riescono anche a fare soldi.
Come è avvenuto l'incontro con Vittorio Nocenzi e come si è sviluppata la collaborazione?
Abbiamo conosciuto Vittorio a Tavagnasco, dove abbiamo avuto l'onore di suonare prima del Banco. Lui ha avuto per noi parole molto belle, così ne abbiamo approfittato per chiedergli se voleva suonare qualcosa sul nostro disco. E' stata un'esperienza molto stimolante per noi. Un esperimento interessante. Mettere insieme un musicista coltissimo con dei musicanti che vengono dal post punk, dai Joy Division, insomma da un'altra parrocchia. Ci ha colpito la sua umanità. Vedi, questo paese è pieno di gente di potere che negli anni 70 si sciacquava la bocca con dichiarazioni programmatiche su come migliorare il mondo. Vittorio invece è una di quelle persone che il mondo lo migliora per il fatto stesso di esistere.
"La Deità", il collage parolistico sospeso tra accenti 'à la Battiato' e una riflessione sul Verbo degenerato?
Sinceramente ho stima per Battiato, ma penso di condividere con lui pochissime idee. Non ho afflati misticheggianti. Se però vuoi rimanere nell'ambito delle Scritture, allora posso dire che lascio volentieri ad altri il dono impegnativo della Profezia e mi accontento del più semplice 'dono delle Lingue'. Come diceva Chandler, uso la lingua meglio di una puttana da venti dollari… o era cento? Non mi ricordo.
E ancora…le parole, il Verbo: "D: dire come defecare". Non solo racconto di situazioni e sensazioni, ritratti articolati o frammenti di percezione abbagliata e ricca di torpore da post-meriggio, ma un inseparabile metaracconto, quasi un raccontare la formazione del testo stesso mentre si forma…
Si, forse questo è vero. Credo dipenda dal fatto che non racconto mai cose che mi riguardano, o se lo faccio è perché so di poterlo fare con il dovuto distacco. Così le canzoni dei Virginiana mostrano le immagini e l'occhio che le guarda, i personaggi e l'autore che mette loro le parole in bocca.
Avete seriamente considerato la possibilità di seguire la strada di "Tutti al Mare" e della side più 'easy-immediata' di "Gelaterie Sconsacrate"?
In realtà non abbiamo considerato né la possibilità di seguirla né quella di non seguirla. Le cose devono venire da sole. Sinceramente non ci importa molto di quello che si aspetta il pubblico, o meglio di quello che crediamo il pubblico si aspetti. Semmai può importarci moltissimo di ogni singolo giudizio, ma è un altro discorso. La vera differenza fra questo lavoro e il precedente è che quello, come capita sempre nelle opere prime, era una specie di raccolta delle cose migliori, mentre "Italiamobile" nasce da un nucleo unitario, da una stessa tonalità emotiva. Quello che rimane uguale fra "Gelaterie" e "Italiamobile" è lo spirito con cui le canzoni sono state scritte, voglio dire che "Gelaterie" non era un disco furbo, come "tutti al mare" non era proprio il singolo da Radio DJ, infatti a Radio DJ non l'hanno mai passato. "Tutti al mare" era un singolo perle radio libere, perché era un pezzo complicato, in ¾, un'eresia insomma. "Italiamobile" rappresenta una continuità in questo senso, anzi, forse musicalmente è più immediato…ma davvero non lo so. Una volta che il disco è uscito, non ci riguarda più. Credo che sia così per tutti.
Strumentalmente una crescita considerevole per quanto riguarda la registrazione del disco. L'esperienza dal vivo da "Gelaterie Sconsacrate" in poi: come vedi la crescita in quella dimensione?
Sì, suona meglio dell'altro. Il recording budget (erano dieci anni che volevo usare questa espressione) non è cresciuto molto rispetto al primo disco, semplicemente abbiamo usato meglio i soldi. Ed abbiamo avuto più coraggio. Innanzitutto, il disco è stato registrato in una casa di campagna, cosa che hanno fatto anche altri, è vero. Credo però che pochi lo abbiano fatto utilizzando solo microfoni e preamplificatori, senza un noise gate, senza un compressore, voglio dire. Questo, e la straordinaria competenza di Toni Soddu, che ha progettato il tutto, hanno fatto in modo che i suoni fossero naturali e potenti, magari a volte fuori dagli standard, o poco gestibili, ma comunque sempre 'autentici'. Poi siamo andati a mixare al Blue Record come al solito e quando abbiamo rimontato gli adat in studio ci siamo accorti che le prese erano buone, e che era valsa la pena di correre quel rischio. Se posso dire ancora due parole, vorrei ringraziare pubblicamente il nostro fonico, Marcello Mannini, per l'impegno e l'amore che ha messo nel suo lavoro.
Andrea Dani

 
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